Prof. Dott. Saverio Fortunato
Specialista in Criminologia Clinica, con specializzazione conseguita alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Perfezionato in Sicurezza e Criminologia
Perfezionato in Linguaggio e Comunicazione
Abilitato per l'insegnamento di Filosofia, Psicologia e Scienze dell'Educazione (Classe A036)
Specializzato per l'insegnamento agli alunni portatori d'handicap
Docente al Corso di Laurea Scienze dell'Investigazione dell'Università di L'Aquila
Miembro del Comité Cientifico y de Apoyo Docente-Master
(España)

Direttore di Criminologia.it
Testata giornalistica registrata al Tribunale di Prato, n° 3/99 e al Registro Operatori di Comunicazione col n° 13169 

Presidente Associazione CSI-PERITI E CONSULENTI FORENSI  
(Riconoscimento giuridico del 24/5/06 al n. 521 del Registro Regionale delle Persone Giuridiche Private, istituito ai sensi  D.P.R.  10.2.2000 n. 361 - REG. ECM - Ministero Sanità: N° Provider: 11602/ N°  Referente: 12904)

 

Storia della psicologia

COMPORTAMENTISMO E COGNITIVISMO
di Prof. Saverio Fortunato

Con la crisi del funzionalismo la psicologia americana scopre una nuova scuola di pensiero: il comportamentismo o behaviorismo (dalla parola inglese “behaviour” = comportamento) che limita l'oggetto della psicologia allo studio del comportamento, ritenendo inutile riferirsi alla "coscienza", allo spirito ed a quanto non può essere osservato in maniera oggettiva.

Il termine comportamentismo ha origine nel 1913 da un articolo di J.B. Watson (1878-1958), Psychology as the Behaviorist Views It, dove l’autore affermava alcuni concetti che già da tempo circolavano tra gli studiosi. Fra questi, rientrava il concetto del metodo da utilizzare per esaminare gli eventi.

Watson nega la possibilità, per una psicologia che vuole dirsi scientifica, d'indagare gli “stati mentali”.

L'oggetto di studio del comportamentismo non è la coscienza né la mente, ma il comportamento osservabile intersoggettivamente, definito da Watson come l'insieme delle risposte muscolari e ghiandolari.

Il metodo di studio era quello sperimentale, con le stimolazioni ambientali (intese come variazione dell'energia fisica presente nell'ambiente: energia radiante, meccanica, ecc.) come variabile dipendente, con un rifiuto deciso dall'introspezione e del colloquio clinico.   Watson sosteneva che l'introspezione non è un metodo attendibile, perché riguarda e coinvolge solo un singolo soggetto e nessun altro soggetto può avere accesso al singolo soggetto, ciò rende l'esperimento irripetibile e non verificabile.

Watson ritiene che quanto è nella testa delle persone e non è visibile, la psicologia non se ne deve interessare. Lasciamo perdere la coscienza e l'introspezione. La mente, come avrebbero sostenuto in seguito i seguaci di Watson, è una “scatola nera” nella quale non è possibile penetrare.

Il comportamentismo afferma che  non hanno senso tutti quei concetti propri della psicologia del senso comune o della psicologia filosofica, tipo: mente, pensiero, desiderio, volontà, etc, perché sono concetti metafisici, in quanto tali non scientifici. Al loro posto bisogna collocare il comportamento, perché per studiarlo è sufficiente osservare gli stimoli che l’organismo riceve e le risposte a questi o viceversa.

Nelle sue prime interpretazioni il cognitivismo fu visto in modo polemico come la negazione degli stati di coscienza o dello spirito, tuttavia, come osserva oggi Nicola Abbagnano (ma anche Comte a suo tempo lo aveva detto), è semplicemente la negazione dell'introspezione come legittimo strumento d'indagine conoscitiva ed anche il riconoscimento del comportamento come base dell'indagine psicologica.

In particolare, Watson affermava che la psicologia del comportamentismo doveva basarsi su due premesse:

1) sul dato di fatto osservabile che gli organismi, sia dell’uomo sia degli animali, si adattano al proprio ambiente per mezzo di dispositivi ereditari ed abitudinari;

2) sul fatto che certi stimoli inducono gli organismi a produrre determinate risposte. In un sistema psicologico elaborato e collaudato, data una certa risposta si deve poter risalire allo stimolo relativo e, viceversa, conoscendo lo stimolo si deve poter prevedere la risposta corrispondente.

Un altro comportamentista, Skinner, affermava: "Se la psicologia seguisse il mio orientamento, l’educatore, il medico, il giurista, ecc. potrebbero tutti utilizzare i nostri dati frutto della ricerca sperimentale. Occorre soltanto mettersi al lavoro, partendo dal comportamento e non dalla coscienza. I problemi connessi al controllo del comportamento sono molteplici, al punto che ci legherebbero per anni di studio e per molte generazioni, senza lasciarci il tempo di pensare alla coscienza in quanto tale"[1].

 

IL PROGRAMMA DI WATSON

La psicologia come la vede il comportamentista è un settore della scienza naturale del tutto sperimentale ed obiettivo. Dal punto di vista teorico, il suo obiettivo è la previsione e controllo del comportamento. Per nessuna ragione l’introspezione fa parte dei metodi da essa impiegati. In nessun modo il valore scientifico dei dati da essa ottenuti dipende dalla possibilità di venire interpretati in termini di coscienza. Il comportamentista, nel suo sforzo teso a pervenire ad un quadro unitario del comportamento animale, non traccia alcuna linea di demarcazione tra l’uomo e l’animale. […] Watson osserva: «Sembra che finalmente sia arrivato il momento in cui la psicologia debba disfarsi di ogni riferimento alla coscienza; non venire più frustrata dalla preoccupazione di porre gli stati mentali come oggetto di osservazione. Siamo così irretiti nelle questioni speculative relative agli elementi mentali, alla natura della coscienza […] che io, in quanto sperimentatore, sento che c’è qualcosa che non va con le nostre premesse ed i tipi di problemi che da esse deduciamo. Non c’è più alcuna garanzia che, quando usiamo i termini ora di smercio attuale di psicologia, ci riferiamo alla stessa cosa»[2].

Watson, ispirandosi al modello pavloviano di apprendimento e di condizionamento, fece degli esperimenti con gli animali. Anzi, possiamo dire che proprio Pavlov, autore della teoria dei riflessi condizionati, è stato l'autore che per primo ha fatto esperimenti separati e distinti dagli stati di coscienza (stati soggettivi o stati interni). Nel laboratorio di Pavlov (come lui stesso racconta in "I riflessi condizionati, 1950; tra. ital., p. 129), era vietato, addirittura con delle multe, usare delle espressioni psicologiche del tipo "il cane indovinava, voleva, desiderava, ecc."; e Pavlov definisce disperata la psicologia come scienza degli stati soggettivi.

Watson sin da giovane si era interessato all'ammaestramento degli animali e quando a Chicago trovò il primo allevamento di questi animali utilizzati per esperimenti di laboratorio, divenne tecnico di laboratorio, giacché  aveva conseguito il PhD all'università di Chicago. Fece esperimenti sui topi nel labirinto, sul rinforzo operante e così via.

In uno di questi esperimenti sul controllo del comportamento, si racconta del piccolo Albert, un bimbo che giocava con i topolini bianchi da laboratorio, senza aver alcuna paura dei topi, ma che venne fatto diventare sperimentalmente fobico con tecniche di condizionamento (cfr. Watson, Rayner 1928).
Watson voleva sperimentare se fosse possibile sollecitare una risposta emotiva negativa, condizionata dalla paura. Con il suono improvviso di un gong,  pensò di impaurire il bimbo mentre giocava con i topi in modo da sperimentare se a seguito della paura indotta il bimbo potesse trasferirla sui topi stessi.

La teoria del comportamento nasce proprio da qui: per poter desensibilizzare una risposta emotiva è opportuno discriminare questi due stimoli, di cui inizialmente uno è neutro e solo successivamente, essendo diventato significativo, è in grado di produrre una risposta emotiva negativa, che nel caso di Watson era una paura, ossia una risposta definita come condizionata dallo stimolo del suono del gong. Oggi potremmo andare dal dentista e sperimentare come il rumore del trapano ci può condizionare sollecitando una risposta di paura [3]. Per il comportamentismo le associazioni stimolo-risposta stanno alla base della personalità dell'individuo e si stabiliscono esclusivamente sulla scorta dell'esperienza. Dato un certo stimolo, si può prevedere la risposta, data una certa risposta, si può risalire allo stimolo che l'ha generata. Tutto è determinato dall' ambiente ed è frutto dell'apprendimento, ossia dalle abitudini.

Nelle sue prime manifestazioni, quindi, il comportamentismo rimase legato all'indirizzo meccanicistico, per il quale lo stimolo esterno è la causa del comportamento, nel senso che lo rende prevedibile. Pavlov stesso sottolineava questa infallibilità (ibid., p. 133). Ma questo presupposto, afferma oggi Abbagnano, è di natura ideologica, ed è stato abbandonato dal comportamentismo, che ha permeato profondamente di sé l'indagine antropologica moderna (psicologia, sociologia, ecc.).
 

NEOCOMPORTAMENTISMO

Comportamentista classico era Watson, che ebbe a dire: datemi una dozzina di bambini e io li farò diventare grandi avvocati, grandi ladri, grandi professionisti, perché riteneva che l'ambiente fosse vincente sull'ereditarietà.

Neocomportamentista classico fu Burrhus Frederick Skinner (1904-1990), che propose il superamento delle indagini propriamente fisiologiche del riflesso, tipiche del comportamentismo, come processo isolato da altre attività corporee, per giungere invece ad uno studio dello stesso quale regolarità che coinvolge l'organismo nel suo insieme e, quindi, quale strumento per una descrizione autonoma del comportamento degli organismi. Skinner affermava che "il comportamento non è semplicemente il risultato di attività più fondamentali [...] ma è un fine in sé e per sé". Egli si concentra più sulle frequenze che sulla qualità della risposta allo stimolo ed identifica la variabile chiave del controllo del comportamento non negli antecedenti causali, ma nelle conseguenze della risposta, ossia del rinforzo. Egli prende le distanze, dunque, dalla prevalente psicologia che vedeva il nesso causale tra stimolo e risposta.

Skinner distingueva tra due tipi di comportamento: i rispondenti, derivanti da riflessi innati o appresi per condizionamento classico (associazione S-S, stimolo condizionato-stimolo incondizionato); e gli operanti, emessi spontaneamente dall'organismo e la cui probabilità di occorrenza aumenta o diminuisce a seconda del rinforzo (premio o punizione, positivo o negativo) che l'organismo riceve in corrispondenza della loro emissione; appresi per associazione S-R.

Skinner riuscì ad avere fortuna con le sue idee non prima degli anni Cinquanta, grazie al suo romanzo utopico Walden Two (1948). Ideò anche la cosiddetta "scatola di Skinner", trasparente  e sterile, dove per un anno chiuse come un topo la sua bambina Deborah, convinto che le tecniche di condizionamento dovessero applicarsi alla vita quotidiana.

Negli anni Cinquanta il comportamentismo era all'apice del successo e dominava incontrastato la psicologia nord-americana. Tuttavia il suo tramonto era tanto vicino quanto inatteso, per opera del cognitivismo.

Del comportamentismo c'è chi lo interpreta affermando che era la "negazione della coscienza". Pur con i meriti di non scambiare la mente col cervello, tuttavia, i limiti del comportamentismo stanno nel fatto che l'uomo non può essere ammaestrato come un topo (che in laboratorio nel suo labirinto trova la via d'uscita fiutando il formaggio) e pretendere ciò è solo cinismo, non scienza (Fortunato S., 2007).
 

IL COGNITIVISMO

Il cognitivismo nasce negli USA al finire degli anni Cinquanta, inizi anni Sessanta, che coincide con la riscoperta dell’oggetto scientifico primario della psicologia, dopo un periodo in cui lo studio della mente era stato oscurato. 

Due sono gli elementi basilari:

1) l’affermarsi della metafora del computer, vale a dire, che il cognitivismo fa un riferimento esplicito al computer, come modello della mente umana;

2) il declino del comportamentismo, che aveva bandito dal linguaggio termini come mente, pensiero, ecc.

L’idea di avvicinare la mente umana alla macchina da calcolo, ha tra i suoi precursori cognitivisti Kenneth Craik (1014-1945), che propone, nel suo saggio di natura anche filosofica “The Nature of Explation” (Craik, 1943), -La natura della spiegazione- come modello generale della mente, alcune concezioni, che poi rimangono come parte fondamentale anche del cognitivismo contemporaneo; la mente, dice, è produttrice di micro modelli del mondo e delle azioni. Propone la mente come un luogo in cui metaforicamente si costruiscono delle rappresentazioni degli eventi che accadono nel mondo, incluse le azioni che l’organismo può svolgere all’interno dell’ambiente.

Qual è la funzione di questi micro modelli della realtà? Che sono una sorta di trasposizioni interne di quello che accade nel mondo esterno. La funzione  è quella di rendere il comportamento più efficiente, di rendere l’organismo più competente negli scambi, nelle interazioni con il mondo. I modelli mentali, aggiunge, sono delle rappresentazioni interne di ciò che accade nel mondo esterno, che rendono il comportamento più efficiente.

Qualunque processo fisico, chimico, dice Craik, che avviene all’interno della mente (del sistema mente/cervello) e che può servire a rappresentare in forma simbolica il mondo esterno, può risultare utile all’organismo, perché gli consente di  anticipare gli eventi, di non produrre azioni inappropriate, di gestire meglio l’insieme delle interazioni.

L'avvento del cognitivismo dipende dalla crisi del comportamentismo. Interessante è la polemica tra Noam Chomsky e Burrhus F. Skinner sul comportamento verbale.  

Skinner era il principale rappresentante del comportamentismo, forse persino un po' assillato dalla teoria stimolo/risposta. Costruì persino la cosiddetta "Scatola di Skinner" dove tenne la sua bambina per un anno, osservandola e studiandola mediante la tecnica del rinforzo. Il convincimento di fondo di tutti i comportamentisti è che l'uomo doveva disfarsi dalla mente e concentrare lo studio sul comportamento, giacché poteva essere "addomesticato" come un topolino. L'errore di fondo del comportamentismo è che il topo non gioca a scacchi e quindi l'uomo non sta al topo da laboratorio, come il topo di laboratorio non sta all'uomo. L'idea di fondo quindi, era che l'apprendimento, anche quello verbale, proveniva dall'ambiente e niente fattori innati (Fortunato S., 2007).

 Nel 1959 Chomsky pubblica un articolo che critica il lavoro di Skinner, raccogliendo i risultati di una lunga ricerca sul comportamento verbale, l’acquisizione e la modificazione del linguaggio. Il tentativo di Skinner era quello di spiegare il linguaggio come un fenomeno totalmente regolato dall’ambiente, quindi, in qualche modo, con Skinner, il linguaggio di un organismo complesso come l’uomo, veniva equiparato ai semplici meccanismi di regolazione tramite rinforzo, che governano il comportamento di un topo all’interno di una gabbietta, in funzione dei rinforzi che lo sperimentatore è in grado di controllare completamente.

La critica di Chomsky è molto precisa e riguarda la caratteristica basilare del linguaggio, ossia la produttività. I bambini, dice Chomsky, sono capaci non solo di ripetere parole ascoltate prima, ma anche di produrre frasi nuove e sanno distinguere tra frasi grammaticalmente corrette e no, anche se non le hanno mai ascoltate prima. Come accade ciò? La conclusione di Chomsky è che invocare il meccanismo della generalizzazione o meccanismi analoghi, tipici della tradizione comportamentista legate al modello del condizionamento operante di tipo skinneriano, è una non spiegazione, perché non aggiungono conoscenza alla nostra comprensione del fenomeno del linguaggio.

Qui sta un’altra importante caratteristica del cognitivismo, la ricerca dei processi sottostanti e dei meccanismi che stanno sotto i fenomeni manifesti. Compito, quindi, del ricercatore cognitivista, che utilizza il modello dell’elaborazione umana dell’informazione, è quello dì inferire i processi mentali partendo da esperimenti ben strutturati.

Questo approccio viene descritto bene da Ulric Neisser in un testo famoso per la psicologia contemporanea, “Psicologia cognitivista” (Cognitive Psycology”, 1967). Neisser fece una battuta ironica su questo titolo, dicendo che quello più corretto sarebbe stato: “L’informazione presente nello stimolo e le sue vicissitudini”, parafrasando il titolo del saggio di Freud “Gli istinti e le loro vicissittudini”. Che cosa hanno in comune queste due opere, che possono sembrare così lontane? Diciamo il tentativo di spiegare comportamenti manifesti, prestazioni che appaiono alla superficie, con quello che sta sotto, con la parte sommersa dell’iceberg. Nella psicologia cognitivista descritta da Neisser c’è molto di non immediatamente osservabile, però c’è anche un rigoroso atteggiamento da ricercatore, che cerca di ancorare le inferenze dei processi mentali a dati sperimentali.

 

Bibliografia e fonti:

·       Arrigo Pedoni, Manuale di Psicologia, Armando, Roma 2003.

·       Binazzi A./Tucci F. S., Scienze sociali, Palumbo, Firenze 2004

·       Galimberti U., Dizionario di Psicologia, Garzanti, Torino 1999

·       Gerbino Walter, I classici della psicologia, ed. Rai 2006.

·       David G. Meyers,  Psicologia, Zanichelli 2000

·       Riccardo Luccio, I classici della psicologia, ed. Rai, Roma 2007

·       Selg Hebert, Introduzione alla psicologia sperimentale, Giunti, Firenze 1975

·       Watson J.B., La psicologia da un punto di vista comportamentista, 1913 in Arrigo Pedoni, Manuale di Psicologia, Armando, Roma 2003.

·       Watson J. B., La psicologia così come la vede un comportamentista, in Antologia di scritti, a cura di P. Meazzini, Il Mulino, Bologna 1976.

------------ Note ----------------
[1] J. B. Watson, La psicologia da un punto di vista comportamentista, 1913 in Arrigo Pedoni, Manuale di Psicologia, Armando, Roma p. 14.
[2] J. B. Watson, La psicologia così come la vede un comportamentista, in Antologia di scritti, a cura di P. Meazzini, Il Mulino, Bologna 1976.
[3] Walter Gerbino, I classici della psicologia, ed. Rai 2006.

 

© Criminologia.it - 2008 - TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI - vietata la riproduzione anche parziale