Se noi oggi possiamo far nascere il mondo dall’esperienza non dalla natura, bensì dall’algoritmo e dal video lucente del computer, se possiamo produrre un mondo d’esperienza, che sia costruito secondo la regola generativa della logica binaria, ecco che la matematica diviene, non più soltanto modello conoscitivo, ma fonte d’esperienza, realtà condivisa nell’esperienza.
Il problema tra realtà e contraddizione del reale, ovvero tra scrittura vera ed apparenza è oggetto di studio del seminario proposto.
Nell’era cibernetica compito del perito scientifico non può essere quello (ingannevole e pericoloso) d’acquisire e manipolare le immagini digitali e poi magari basare l’indagine (da CTU o CTP) come se queste tecnologie non esistessero; né quello (insufficiente ma necessario) di conoscere la psicologia della scrittura, sganciata dalla metodologia della ricerca e dalla tecnica dell’investigazione criminale. Invece, più correttamente, il ruolo deve essere quello di saper distinguere il vero dal falso, tra realtà e contraddizione del reale.
LA MANIPOLAZIONE DIGITALE DELLA SCRITTURA NELL’ERA DEL TERZO MILLENNIO, STRUMENTI E TECNICHE PER UNA TEORIA METODOLOGICA DELL’ANTIFALSIFICAZIONE
L’uso della computer graphic ha avuto il suo esordio in Italia ai primi anni Settanta. Particolarmente interessante, infatti, è la famosa opera Computer Graphics, di William Newman e Robert Sproull edita da McGraw-Hill 1973. Programmi per manipolare le immagini e la scrittura sono alla portata di tutti.
La falsificazione della firma presuppone l’acquisizione digitale di una o più firme originali, per poi manipolare i grafemi (estrapolando singole lettere e poi “montando” la firma “autografa” con programmi di fotoritocco) e riprodurre la firma vera in senso grafologico, ma falsa in senso reale, mediante un’apposita procedura di falsificazione, che per ovvi motivi non è il caso di descrivere online.
La stampa può avvenire:
Principi e teoremi sull’antifalsificazione della firma falsificata con mezzo meccanico, li ho pubblicati nel volume NUOVO MANUALE DI METODOLOGIA PERITALE, Ursini Edizioni, 2007.
NELLE SCIENZE CIO’ DI CUI NON SI CONOSCE OCCORRE TACERE
Suggerisco agli ingegneri e, soprattutto, ai grafologi del secolo che fu, convinti ancora che il falsario falsifica la firma copiandola sui vetri o a ricalco, di osservare il principio che vige nelle scienze: “Ciò di cui non si conosce occorre tacere”, perché dall’esito di un parere peritale, dato orecchiando o per proiezione (l’epilogo in psicologia della volpe con l’uva è sintomatico, giacché la volpe non riuscendo a raggiungere l’va perché troppo alta concluse che fosse acerba), non si fa un dispetto all’altro CTP o a una teoria, ma si dà un colpo alla Giustizia. Si fa finire in galera il malcapitato di turno. Non basta leggere un manuale di chirurgia, per poi mettersi a fare i chirurghi in sala operatoria. La conoscenza presuppone il sacrificio dello studio e della ricerca, non dell’improvvisazione e della faciloneria, così agiscono i ciarlatani.
EVITATO CLAMOROSO ERRORE GIUDIZIARIO
Il problema della falsificazione della firma con mezzo meccanico è tanto criminale quanto geniale e scientifico. L’altro problema è avere la competenza per scoprirlo, posto che la competenza non può averla il grafologo tradizionale (perché questi affermando che la firma si può falsificare con mezzo meccanico ammette che la grafologia non serve a nulla essendo tutta incentrata sul principio che il pennino del cervello è la mano, non il mezzo meccanico); non può averla il perito chimico, perché il pantografo, per esempio, utilizza una penna ad inchiostro comune e quindi non serve a niente l’analisi dell’inchiostro ancor meno della pressione. Non va bene nemmeno il fai-da-te, perché il fai-da-te va bene solo all’ Ikea non in tribunale.